Vorrei commentare la vittoria di Luigi de Magistris a Napoli sotto profili diversi da quello più propriamente “politico”. Quella vittoria, infatti, secondo me è una fatto estremamente importante sotto tanti profili, ma quelli che io considero più importanti non riguardano la “politica” in senso stretto, ma la politica come dovere civico, come valore morale, come senso dell’esistenza.
Luigi ha vinto in un contesto caratterizzato dalle seguenti circostanze: 1. Luigi non ha una lunga esperienza come politico attivo; 2. Luigi non aveva capitali economici per la sua campagna elettorale; 3. Luigi aveva contro tutti i partiti tranne un paio, di minoranza; 4. la maggior parte degli osservatori scommetteva che avrebbe perso (un sito di scommesse dava la sua sconfitta 3 a 1).
Poste queste condizioni, la vittoria di Luigi dimostra che in questo tempo chi ha delle idee e il coraggio di mettersi in gioco, può vincere. Azzarderei, vince.
Il dramma di questo tempo è che è l’epoca della volontà bruta, della notte della ragione, del titanismo presuntuoso e velleitario, quando non (più spesso) falso e imbroglione. Ed è l’epoca del cinismo e della tirchieria. La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma vuole che gliele cambino gli altri. La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma nel frattempo vuole mantenere tutti i vantaggi dello status quo.
La maggioranza degli italiani sogna un messia che gli cambi il mondo mentre loro continuano a fare le porcherie e la vita meschina di sempre. E’ questo che ci trascina in basso.
Non ci può essere sviluppo, civiltà, società senza impegno. Vero. Faticoso. Di ognuno. In prima persona.
La storia di Luigi de Magistris ci toglie gli alibi. La sua vittoria dimostra che si può. E’ la prova oggettiva, documentale, incontrovertibile che si può. E, come è già stato detto, se si può si deve. E questa questione è essenziale anche per il futuro più prossimo. La gente ha dimostrato di avere qualità votando per Luigi. Ma purtroppo questo non servirà a nulla se quella stessa gente non si impegnerà per fare ciò che serve.
E’ indispensabile che gli italiani smettano di credere che basti votare per un messia che ci salvi. Neppure Luigi potrà salvare Napoli, se i napoletani da domani non si impegneranno a essere diversi.
Una società non è (solo) ciò che votano i suoi cittadini, ma ciò che fanno. Ognuno di loro. Ogni giorno. In ogni cosa. Luigi de Magistris ci ha dato e – con il suo entusiasmo e la sua abnegazione nel portare avanti un sogno ad ogni costo – ancora ci dà una lezione molto grande.
La parte più importante di questa lezione, secondo il mio modesto parere, non è quella politica (nonostante l’avventura di Luigi sia una enorme, strepitosa lezione di politica a una classe dirigente di partitocrati che sono stati letteralmente umiliati da un ragazzo arrivato alla politica l’altroieri), ma quella morale. Fare tesoro di questa lezione è un imperativo etico e l’unica possibilità che abbiamo di salvarci. Questo Paese non ha (solo) un pessimo governo, ha anche pessimi cittadini. Pessimi sotto il profilo della mancanza di impegno personale, della viltà, dell’opportunismo, della disponibilità al compromesso morale, della disponibilità alla illegalità (ampiamente praticata in ogni dove).
Questo deve (cominciare a) finire. Dobbiamo fare tesoro della lezione di Luigi, perché tutto non si riduca a una bella festa in piazza.
Lunedì sera non “abbiamo vinto” un bel nulla. Lunedì sera la generosità e il coraggio morale di Luigi de Magistris hanno creato una possibilità per tutti noi. Luigi ha vinto, noi ancora no. Questa “possibilità” offertaci da Luigi diventerà “realtà” solo se da oggi ognuno di noi si sentirà in dovere di impegnarsi. Sul serio. Ogni giorno. In tutto. Senza calcoli. Senza paracadute. Senza alibi. Non abbiamo fatto tesoro della lezione di tanti magistrati morti. Oggi abbiamo davanti la lezione di un (ex) magistrato vivo. La palla è a noi.
Ps: Luigi è un ex magistrato, perché, diversamente dal resto del Paese, nella magistratura il rinnovamento non è neppure all’orizzonte e la corporazione vive nel buio della peggiore prima repubblica. Ed è un ex magistrato vivo perché oggi i magistrati non è più necessario ucciderli: ci pensa la corporazione a neutralizzarli.
Com’è finalmente vera la sinistra che umilia Berlusconi a casa sua.
Una piazza del Duomo rossa che accoglie con un’ovazione il suo sindaco, che non s’è mai vergognato della falce e martello. Una piazza che esplode di applausi quando Nichi Vendola saluta «i nostri fratelli rom, i nostri fratelli musulmani». Con tanti saluti alla sinistra che pensava di vincere coi prefetti, gli industriali e le «ronde di sinistra». Al primo turno era un miracolo, ma ora è la rivoluzione. È il maggio milanese. Milano non ha mai avuto bisogno di ministeri e dipartimenti per decidere la politica italiana. E come sempre, quando decide, lo fa fino in fondo. Qui ieri è finito il ventennio di Berlusconi, qui comincia un’altra epoca. «È un fatto enorme, che va molto oltre la mia elezione a sindaco » è stato il primo commento di un Giuliano Pisapia sospeso fra euforia e lacrime, dietro le quinte dell’Elfo, mentre la forbice fra lui e la Moratti s’allargava a ogni minuto. E poi la valanga. Il nuovo sindaco di Milano urla di gioia al primo lancio da Napoli. «Non solo perché mio padre è napoletano ». Trieste, Novara, Cagliari, perfino Gallarate. «Gallarate? Ma allora è la rivoluzione». Rivoluzione è una parola che Giuliano Pisapia ha frequentato fin da ragazzo, prima di realizzarne una da solo e quasi contro tutti all’alba dei sessanta. Ci si aspettava che nella politica italiana la svolta arrivasse da un volto nuovo, un giovane, un «papa straniero » debuttante in politica. Ma è stato proprio l’incrocio fra una figura così solida, definita, fortemente identitaria come quella di Giuliano Pisapia e una campagna elettorale del tutto nuova a scatenare il cortocircuito fatale al berlusconismo.
«È stata una campagna unica, che per la prima volta ha sconfitto la politica dell’insulto con il sorriso e l’ironia. Ma questi sono stati mesi pieni di prime volte» dice Pisapia. E allora forse vale la pena di guardarle da vicino, tutte queste «prime volte» del laboratorio politico milanese. La prima novità del maggio milanese è Sinistra, con la “s” maiuscola. Una parola bandita per anni a Milano, dove la sinistra si è vergognata di esserlo fin da prima di Berlusconi. In questa logica, Pisapia era il «candidato più sbagliato che si potesse immaginare », hanno ripetuto tutti, perfino una testa fina come Massimo Cacciari. Un comunista scelto dai milanesi? Impossibile. Piuttosto un giovane cattolico o un vecchio liberale, un industriale già berlusconiano o un ex democristiano. Con la vittoria di Pisapia finisce la sinistra che imita la destra, il riformismo inteso come ultra moderatismo, la rincorsa disperata al centro. Fine della teoria dei candidati «perfetti» (o prefetti), ma per perdere.
Fine anche dell’insensata guerra dei vent’anni fra «professionisti della politica» e «società civile». Pisapia incarna la sintesi, grande avvocato e uomo di partito da sempre. Tanti luoghi comuni, questi sì, da rottamare. La seconda rivoluzione è Internet. Biciclettate e Facebook, mercati di periferia e Twitter. La campagna di Pisapia si è mossa sui binari paralleli del massimo di presenza sul territorio e il massimo di uso della rete. In qualche modo sempre «oltre» la televisione.
Non per caso si è chiusa con la sedia vuota di Pisapia sul set del duello tv. In altri tempi, uno snobismo fatale. Non s’era mai vista una campagna tanto giocata su Internet, neppure quella di Vendola dell’anno scorso. La progressione degli amici di Pisapia su Facebook è stata impressionante, da poche decine ai 110 mila finali. È stata una scelta in parte dettata da necessità, visto l’abisso di mezzi in campo. Un milione speso per Pisapia, dodici milioni dalla Moratti. «Ma la rete ha funzionato meglio della tv, dei manifesti e perfino dei sondaggi, almeno nel correggere in fretta gli errori» dice Roberto Basso, stratega della campagna di Pisapia.
Dal popolo della rete sono arrivati contributi decisivi, come il geto niale «Il favoloso mondo di Pisapie », ironica contro propaganda firmata da cinque ventenni blogger milanesi, fra i quali Davide Rossi, figlio dell’attore Paolo. Fra l’altro, s’è visto che dove le forze politiche sanno usare la rete, l’impatto dei «grillini» frana. Non significa naturalmente che la televisione non conti più nulla.
Perfino stavolta è stata decisiva, sia pure in negativo, con l’harakiri della Moratti nel duello con l’avversario «ladro di furgoni». Ma da Milano in poi non sarà più «il» luogo della politica. Proprio nella capitale del berlusconismo sta nascendo del resto la tv via rete del dopo Berlusconi, con l’avanzatissimo progetto di «Twww. it». La terza novità riguarda i cattolici. Le «tonache rosse», secondo la destra.
Per, la prima volta il cattolicesimo di base milanese ha messo in minoranza lo strapotere di Comunione e Liberazione. Scena mai vista, i volantinaggi di Cl respinti con perdite davanti alle parrocchie. A rompere gli indugi è stato l’appello pro Pisapia di don Virginio Colmegna, che non aveva mai parteggiato prima per un candidato sindaco, con 250 firme, poi raddoppiate, raccolte fra preti, suore della Caritas, esponenti della conferenza diocesana. Pisapia è stato applaudito alle Acli e davanti alle chiese, perfino quando parlava del registro delle coppie di fat- geto, che i consiglieri moderati gli avevano consigliato di togliere dal programma. Quarta novità, l’invecchiamento della destra.
La Lega, l’unico «partito vero», quello «radicato nel territorio» esce dal voto milanese con le ossa rotte e un’immagine di colpo invecchiata e assai «romana». Bossi promette ministeri e uffici a un elettorato che odia la burocrazia e in ultimo, come faceva Craxi, manda il suo uomo da Roma, Castelli, a rilevare il popolare ma disubbidiente Matteo Salvini.
In compenso il Pdl, nato appena ieri, sembra la Dc di De Mita, dove tutti odiano tutti e si preparano a una guerra di successione. Formigoni, che si è sforzato per settimane di sembrare dispiaciuto, non ha aspettato neppure il ballottaggio per lanciare la propria sfida per la successione a Berlusconi. Forte dell’unico apparato di potere ricco e autonomo da Berlusconi. Quinta novità, la fortuna. Dai tempi di Machiavelli, elemento chiave. Berlusconi ha sbagliato molto, ma è stato anche sfortunato. Non ha più «il sole in tasca». Pisapia invece finisce con un doppio arcobaleno in testa, anche quando aveva avuto la sfiga di convocare l’ultimo comizio al Duomo sotto la grandine.
Ci sono giorni in cui si resta ammutoliti. Viene da ridere, poi da piangere, poi da non crederci. Magari è una questione di dosaggi, si sente dire da qualcuno: sarà un nuovo farmaco, un elisir di lunga vita con effetti collaterali. Spettatori di una decadenza psicofisica pirotecnica, tutti a commentare l’ultima come se non ci riguardasse come se fosse una soap, sentiamo cosa spara oggi. Tutti a farsi scandire il tempo dallo show, distratti a vita dai suoi numeri. In fondo persino nel giorno in cui dice che vuole portare i sacchi di immondizia in procura, che vuole più poteri di Napolitano e che i leader della sinistra non si lavano - così, tutto insieme, in sequenza, la riforma costituzionale Bersani puzzolente i giudici che sono un cancro e la sapete l’ultima sui negri, mancano solo le corna le puzzette a ritmo di swing e una tarantella coi rutti - ecco persino in un giorno così, anzi soprattutto davanti all’evidenza patetica di una maschera grottesca, quello che davvero stringe il cuore e fa montare la rabbia non è lui, siamo noi. Sono gli italiani che ancora ci credono e quelli che non sono stati in grado di smascherarlo, di farsi alternativa, di ribellarsi al ridicolo dietro a cui cela i suoi interessi con una proposta credibile e capace di diventare vincente. Molti sono pagati per credergli o fare finta di: le migliaia di persone retribuite direttamente o indirettamente per rendere omaggio al giullare.
Gli altri no, però. Milioni di persone ancora si fidano: dieci anni dopo il “contratto con gli italiani”, la pagliacciata da Vespa con tanto di scrivania e firma con la stilografica, dopo dieci anni di promesse non mantenute e continuamente reiterate, ponti strade miracoli new town posti di lavoro internet per tutti tasse e benessere, felicità e sole tutto l’anno, ecco, cos’altro deve ancora succedere perchè l’ipnosi televisiva sia rotta dalla realtà, perché gli italiani capiscano la truffa? Certo, in molti hanno colpa. Certo, se ci fosse stata un’opposizione coesa e fattiva, intenzionata davvero ad andare al governo proponendo uno stile e un progetto diverso anzichè farsi la guerra in casa, nel decennio scorso, sarebbe stato più facile. Però santo cielo, ora che si va alle amministrative, chiediamo in giro: i sardi sono soddisfatti del governo che hanno votato? Hanno avuto i posti di lavoro, le telefonate a Putin per salvare le fabbriche sono andate a buon fine? I milanesi pensano che votare Berlusconi capolista significhi avere Berlusconi a fare il sindaco? A Napoli hanno visto il miracolo dell’immondizia? 72 ore, aveva detto.
Quante ne sono passate? E i malavitosi messi in lista, davvero provvederanno a fare il bene comune? Faranno il vostro, di interesse, o faranno il loro?
È molto difficile, in tutto questo, ascoltare e parlare. Si può solo urlare, agitarsi e dire enormità. Il linguaggio dei gesti e delle parole è diventato osceno. Oscene le prime pagine dei giornali che combattono morti con altri morti esibendoli come figurine, oscene le menzogne che reiterano a carico di chi si ostina ad esibire i fatti, osceni gli orchi che si scamiciano in tv e quelli applauditi per quanto tagliente sa essere il loro dileggio delle persone perbene. Bisognerebbe fare silenzio, lasciare un momento che questo vergognoso frastuono risuonasse da solo. Sperare che la pornografia delle parole possa saturare e infine stancare anche gli insaziabili. Succede, di solito. Resta solo da stabilire quanto tempo ci vorrà ancora, perché non ne resta più molto. Quante altre vittime si faranno per strada, e quanto alto sarà il prezzo da pagare dopo. Per quante generazioni i figli dei figli saranno chiamati a ricostruire e a far dimenticare le macerie prodotte dall’inettitudine dei padri. 10 maggio 2011
Laura Picchetti ieri sera in tv........
Per una volta sono stata a vedere: prima" ballaro'" e poi "parla con me": un sacconi fascista col muso duro , che non rilascia muscoli.. in sorrisi... un bersani piu' che divertito ...dalle parole di Crozza.... tanto che perfino Crozza ha detto che era ora di far indugiare per una mezzora la telecamera sul primo piano di quel faccione senza espressione rigido," ducesco",contratto di sacconi . SCHERMAGLIE!!! Ognuno con i suoi yesman alle spalle ...e un Giovanni il camminatore, sempre piu' imbrigliato dentro le maglie di una parcondicio ridicola e impossibile. SAPETE CHI SI E' COPERTO DI GLORIA? Uno solo devo dire: un industriale, un imprenditore , l'unico che sia stato capace di dirle cose fuori dai denti a quel invadente sacconi : Diego Della Valle!
UN NON-POLITICO CHE, SE RICORDO BENE , ERA ANCHE LUI , ANNI FA', NELLA CERCHIA DEGLI AMICI DI BERLU.... OGGI, ALMENO LUI, DICE COSE,QUANDO SI TROVA E LE DICE CON DIGNITA' E FORZA. .ED INTERROMPE TRANQUILLAMENTE quella specie di ministro del lavoro ....che non c'e': un pupazzo nelle mani del puparo ... che interrompe chiunque e parla come un fascista.... QUELLO ( se la memoria non mi inganna ) LA CUI MOGLIE, FECE COMPRARE ALLO STATO ITALIANO milioni di vaccini inutili, per vaccinare la gente contro una influenza..... che non c'e'. UN INFLUENZA INGIGANTITA AD ARTE .che non ha fatto danno , ma e' costata al servizio sanitario italiano milioni di euro . A SACCONI (MUSO DURO) QUALCUNO HA PIAZZATO IN MODO DIRETTO UNA SEMPLICE DOMANDA :"COME CI SI SENTE AD ESSERE UN MINISTRO DEL LAVORO .....CHE NON C'E'" che e' valsa ...da sola .... la pazienza di guardare la tivvu' a tarda ora. ...e poi vorrei dire al mio contatto LUCA TELESE che in genere leggo con piacere, che se e' bene scrivere dove e quando capita ... bisogna a volte prendere posizioni precise . Capisco che un giornalista professionista deve anche vivere e mangiare, pero' i tempi sono fin troppo maturi per non barcamenarsi su testate di parte e se vuol fare il giornalista non si dedichi solo a libri su vicende passate e da molti ancora non dimenticate. SE VUOL ESSERE UN GIORNALISTA VERO ..... NON SCRIVA LIBRI. NON ORA ALMENO! PERCHE' L'ARGOMENTO TRATTATO NEL SUO LIBRO, APPENA USCITO, E'PROBABILMENTE UN ALTRA (E L'ULTIMA , SOLO IN ORDINE DI PUBLICAZIONE) STORIA ... CHE SERVE AD INGIGANTIRE ( E NON CE NE E' AFFATTO BISOGNO) LA SOVRA-ESPOSIZIONE DELL'INEFFABILE BERLU..... E GLI ITALIANI, ORAMAI, SI SON ROTTI .... LE SCATOLE ..... a vederlo parlare a vanvera in tivvu....a sentirlo dire fandonie e leggere delle sue gesta..... LA VILLA DI" HARD CORE" & LA SCIAGURATA VICENDA DEI CASATI STAMPA ... E' ROBA VECCHIA e non fa onore ne agli avvocati italiani..... ne ai tutori legali .. ne ai giudici tutelari che hanno permesso quel enorme intrallazzo. IO LA CONOSCEVO GIA ' DA TEMPO.. E devo dire che previti invece di diventare ad un certo punto ministro della giustizia........DA TEMPO DOVREBBE ESSEREIN GALERA ....SE NON CI STA E' SOLO PERCHE' GLI ITALIANI SONO UN GREGGE DI PECORE ,SENZA MEMORIA E SENZA CORAGGIO . ------------------- ----------------------- codicillo Su questo testo dell'articolo da Nature viene denunciato un conflitto d'interessi tra il Ministro Sacconi e L'Aifa. La notizia mi giunge via mail e vi copio il testo: Solo in Italia e come sotto un regime! Seulement en Italie et comme sous un régime! La moglie di Sacconi, attuale Ministro del Lavoro, salute e politiche sociali è marito del direttore generale di Farmindustria dottoressa Enrica Giorgetti. Quale politica del Farmaco nell'interesse della salute pubblica? ..... una senatrice del PD aveva fatto anche un'interrogazione sui possibili conflitti di interesse. Peccato che la notizia non sia arrivata a nessuno. Abbiamo dovuto impararlo da Nature. Interrogazione PD: conflitto di interesse peril Ministro?Adnkronos Salute - 02/07 "Cosa farà il Governo per le politiche farmaceutiche dopo gli scandali che hanno coinvolto l'Aifa? E in particolare, quali iniziative intende prendere, data la delicatezza del settore e le responsabilità del ministro Sacconi onde evitare il sorgere di un eventuale conflitto di interessi visto il legame di parentela fra il titolare del ministero del Lavoro, salute e politiche sociali e il direttore generale di Farmindustria?". E' quanto chiede la senatrice del Partito democratico Francesca Marinaro, in un'interrogazione rivolta al ministro del Welfare Maurizio Sacconi. "Il settore farmaceutico - si legge nell'interrogazione - ha vissuto in Italia alterne vicende, legate a comportamenti non corretti sia da parte dei produttori che sul versante della pubblica amministrazione. La governance del sistema e gli strumenti regolatori hanno visto, negli ultimi mesi, minata la loro credibilità a seguito delle vicende che pendono sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) da parte delle Procure di Torino e Roma. La pur tempestiva azione del ministero, con l'adozione di una commissione di esperti a tutela della salute dei cittadini per le prescrizioni farmaceutiche e sul contenuto dei foglietti illustrativi, nonché la nomina di un commissario straordinario all'Aifa - prosegue Marinaro - chiama in causa l'affermazione del principio di correttezza e trasparenza nell'esercizio di funzioni pubbliche soprattutto nel campo del settore farmaceutico, non solo per la valenza economica che esso riveste, ma soprattutto per quella etico-sociale, rilevato che il direttore generale di Farmindustria è la dottoressa Enrica Giorgetti, consorte del ministro del Lavoro, della salute e delle politiche sociali". "Davanti al legame di parentela tra il ministro Sacconi e la dottoressa Giorgetti - conclude la senatrice del Pd - chiedo al Governo quali azioni intende intraprendere onde evitare un eventuale conflitto d'interessi per il ministro Sacconi". Postato il 13-ago-2008 19.54 Mostra altre Di: Laura Picchetti
domenica 27 febbraio 2011
di Pietro Orsatti
Un sms ricevuto ieri sera: “Ma come si fa a vivere in questo paese?”. La domanda non è retorica. È la domanda che si fa ogni giorno una parte sempre più ampia degli italiani. Ogni giorno. E davvero non so chi possa negarne la fondatezza. Anche se spesso chi si pone questa domanda si è reso complice di questa degenerazione nazionale che sta andando a sintesi proprio nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Questo progetto un anno fa nacque su uno slogan: “Non vogliamo più sentirci esuli in casa nostra”. In poco più di un anno la situazione, che già allora era drammatica, è perfino peggiorata. Se non precipitata. So già che Riccardo Orioles, vecchio resistente, leggendo queste righe si arrabbierà e non poco. E probabilmente mi chiamerà per dirmi di non fare il piagnone. Non importa, compà, non si può avere tutti lo stesso coraggio. E il coraggio a volte è anche ammettere che non ci si riesce, che non ci si arriva. E allora. Quel messaggio ricevuto ieri all’ora di cena lo faccio del tutto mio. Come si fa a vivere in questo paese? Una canzone di Lou Reed, recitava: “Non è il momento delle celebrazioni, non è il momento delle pacche sulle spalle”. Non solo non lo è, ma prima che qualcuno possa solo dire “forse ne siamo fuori” ci vorrà molto e molto tempo. Indro Montanelli, in un’intervista di almeno quindici anni fa, affermava come non si potesse parlare di una carattere nazionale parlando degli Italiani. E proseguiva descrivendo gli italiani come ipocriti e furbi, pronti a cambiare casacca e bandiera alla minima e supposta convenienza, servili, pigri. Che di tanto davano segnali differenti con atti di esagerato coraggio, personale e quasi mai collettivo, di popolo, per poi tornare quietamente ad adagiarsi nel ventre della convenienza immediata, del “tiramo a campà”. Non so dargli torto, ora. Guardando cos’è questo paese oggi. E c’è di peggio.
Non è colpa del peggior presidente del consiglio che si potesse immaginare e delle sue corrutele e delle sue orgette da basso impero, non è colpa della peggior classe politica d’Europa, non è colpa di una sinistra che ha perso parola e identità, non è colpa degli imprenditori che non fanno gli imprenditori se non con gli aiuti statali, non è colpa degli evasori fiscali, non è colpa di un sistema editoriale mai indipendente, non è colpa del disastro formativo e culturale del nostro sistema scolastico. È colpa nostra, di tutti noi, di questo popolo ormai senza identità ma con solo quasi sessanta milioni di pance. In un paese normale, e non per forza “evoluto”, le piazze sarebbero piene di gente incazzata, ogni giorno. Chiedendo conto e teste. Niente di ideologico o chissà che. Chiedere conto. E invece no. Tutti a casa. Ogni tanto qualche sprazzo di protesta che si acquieta appena si rompono un paio di teste oppure se chi gestisce il potere delle cose distribuisce qualche regalia o favore. Personale ovviamente. Mai collettivo. Non c’è niente di popolo o di popolare in questo stivale che non sorregge nulla. C’è solo la pagnotta. Per poi, nel privato, mugugnare. Inno all’ipocrisia. In tutto il Mediterraneo, faccio un esempio facile facile, internet, Twitter, facebook, sono stati strumenti fondamentali negli ultimi mesi di informazione e organizzazione del popolo (popoli con un carattere e un’identità ovviamente) per dare il via a un’ondata di rivolte che stanno cambiando la storia come se non più della caduta del muro nell’89 o della presa del palazzo d’Inverno nel 1917. Noi abbiamo gli stessi strumenti. E li utilizziamo solo per il mugugno. Se uno dovesse basarsi su quello che circola su facebook in Italia si penserebbe che siamo in stato di perenne insurrezione. E invece no. C’è la Roma che gioca in Champions mercoledì, mio zio che mi raccomanda per un posto a una municipalizzata, quell’amico che mi fa togliere la multa, il favore da ricambiare, il voto da vendere, lo sconto sul mutuo, la finanziaria che mi fa andare in vacanza a buffo, eccetera eccetera. E quindi tutti a casa a incendiare le tastiere e a svuotare le piazze. Potrei andare avanti raccontandovi le difficoltà di portare a compimento questo progetto, della stanchezza, delle frustrazioni, dei debiti, dei dubbi. Volevamo raccontare il paese e gli italiani. Ambiziosi. E ci stiamo accorgendo che non esiste né il paese né il popolo. Una truffa. E, ripeto, non diamo la colpa a Berlusconi, ai suoi soldi e alle sue televisioni. Non diamo colpa ai poteri forti, alle mafie e ai pezzi deviati dello stato. Non diamo colpa ai leghisti e ai fascisti. Il problema siamo noi. Che non esistiamo. Siamo, parafrasando Pessoa, un popolo di fingitori.
La crisi d' affrontà tanti migranti è 'n problema serio e ci ha li costi , ogni giorno ne sbarcan proprio tanti : fors' è 'r caso de sgombrà un po' de posti .
Ve propongo uno scambio " culturale " , tanto quelli s'accontenteno de poco , preparamo 'na crociera 'ssai speciale , ...er monno ammirerà 'sto gran trasloco .
La stivamo de ministri e deputati , portaborse, consiglieri ed assessori , ce mettemo pure quelli pensionati , senza distingue nemmeno li colori .
Come Hitler li mannamo senza niente , requisimo li gioielli e li villoni , che vadan a viver tra la pora gente , vennemo tutto.... e famo li milioni .
Co li sordi tante case popolari , pe' le strade un po' più de pulizia , ciascuno avrà li beni necessari , e più valore alla democrazia .
Famo che 'n crocierista vale cento , e se sa... che me so' tenuto stretto , ....li nostri a sperperà ci hanno talento , or diteme s' è giusto 'sto sonetto !!!
( Bruno Panuccio 24/02/2011 ) Pubblicato da Laura Picchetti